ATTRAVERSAMENTE
Geografia, identità, pluralità, ibrido, lentezza: sono gli elementi sui quali sentieri s’intessono i passi del cammino di Andrea Coppola insieme con Daniele Puglisi, Ellen Michiels, Veerle Smets e Luk Huybrecht. Un cammino lungo due mesi, iniziato il 9 settembre 2007, che attraversa la Sicilia dalla Valle del Simeto fino a Palermo, lungo la costa, dentro le viscere più buie dell’Isola: solo gli zaini in spalla, macchine fotografiche e telecamere con loro, in un’unica direzione: l’ascolto della terra del sud, il sud d’Italia e più ampiamente dell’uomo, con il suo paesaggio, la gente, l’identità polifonica, sincretica, che i viaggiatori assorbono, ognuno in modo diverso, negli sguardi a rivelarne le storie. Storie che s’incontrano e si scontrano, s’incrociano, in un percorso tra ricerca estetica, che passa soprattutto attraverso il mezzo audiovisivo, e la più sincera esperienza della carne, di un’intensa e spontanea crescita spirituale, della storia-flusso di un’opera-condizione: ATTRAVERSAMENTE. Un viaggio dei corpi, delle coscienze e dello spirito, del pensiero, i cui documenti fotografici, video e un site-specific, racconti, saranno l’allestimento del BOCS, raccogliendo, nell’unità espositiva, i frammenti del principio da cui ha origine il più ampio progetto di Andrea Coppola: oggi Attraversamente.Concept.House.
REGIA DI UN CAMMINO di Tiziana Rasà
L’esperienza del viaggio è un dono che l’artista concede a sé e ai suoi compagni di viaggio, lontano dal tempo e dai luoghi della percezione: Andrea non ha mai lasciato il viaggio, ha cambiato le direzioni, incontrato nuovi viaggiatori: tu sei parte della danza delle mie dita su questa tastiera che prenderà la forma, materiale o immateriale di un foglio su cui, in calce, incideranno il mio nome. ATTRAVERSAMENTE è un’opera-condizione, e in quanto tale muta, si evolve nella danza dei flussi che l’attraversano: che hanno attraversato quei 700 km a piedi, per le strade impervie dell’entroterra siciliano, e che qui attraversano noi, i luoghi della residenza, la casa, rifugio di nuovi viaggiatori, che da ogni parte d’Europa, l’America del sud, approdano alle pendici dell’Etna, tra gli ulivi, eco di una voce fuori campo il cui suono stride l’ascolto dei più, che della terra dei miti raccontano ridondanti e didascalici, obsoleti, la mafia, l’ignoranza e la guerra. Andrea e i suoi compagni di viaggio respirano la pace surreale della manifestazione pacifista mossa in territorio di Comiso contro lo stanziarsi delle basi militari, basi che poi videro luogo a Sigonella, nella piana di Catania: in quegli spazi dell’anima, nel viaggio, è generato Preghiera di cose: il vento investe la scena; dietro le quinte, un uomo suona la campana… flebili rintocchi e un religioso silenzio: la luce viene fuori dall’energia del canto, della preghiera: abbagliante. Nessuna parola può osare “vestire” la scena ritratta, nella verità della narrazione, nell’eloquenza delle pause, del vento a dare vita agli elementi: la magia del viaggio, di questo viaggio, di questo progetto di vita, come d’esposizione, risiede nella semplicità spietata della sua verità: una verità da rispettare, in ogni opinabile sbavatura e imperfezione tecnica o estetica. Quella verità che trova espressione incontaminata nella danza muta di Veerle a ripercorrere il viaggio, lungo i sentieri che s’intessono nel ramificarsi intenso delle piante dei suoi piedi sulla terra, nella più bella delle scene teatrali, scena che il regista non osa riprodurre, né imitare: come nelle proiezioni cinematografiche, sarà i titoli di coda, senza colonna sonora, né nomi impressi: Veerle continua il suo viaggio, mentre noi iniziamo ad andare, lo spazio diviene sempre più largo, l’aria più fredda, gli occhi più profondi, i passi attenti, la voce sussurrata. Le linee della scrittura sono curve, rotonde, come le pieghe di Ellen sul suolo, in fondo alla scena: quando incontrai Andrea e pochi frammenti del suo viaggio, mi accorsi che la verità dell’opera, così della scrittura, risiede nella sintesi, e non nel suo contrario: iniziai a ridurre gli elementi al minimo, svestire l’estetica filosofica di ogni elemento speculativo che l’allontanasse dalla verità più intima dell’opera, evitando di ostentare una presunta ermeneutica delle cose che non siano esse stesse a rivelare; e restare in ascolto del viaggio, di un viaggio che si rivela, nel susseguirsi lento dei suoi passi, ai viaggiatori, la cui aspettativa non era oltre lo stesso cammino, nell’atto dell’attraversare i luoghi e raccoglierne le energie. È la verità ontologica del cammino, del gesto stesso dell’avanzare, investendo lo spazio che ci comprende, attraversando le idee che l’urto della pelle con l’aria genera: quella verità ontologica che trova forma estetica in ogni “particolare irrilevante” che diviene qui elemento di culto, genesi metafisica di una rinnovata spiritualità.
P.S.
20 ottobre 2010, h 11.35
Dietro i vetri, fra le pieghe distratte delle tende, la notte si veste di luce: l’alba schiude un nuovo giorno di magica ironia, e sull’adagiarsi del sole alla finestra, chiudo le lunghe pagine del diario di viaggio: con loro, ha fine il tempo di quella giornata bizzarra, e l’aurora è il prologo della mia breve notte che diviene ancora risveglio in questo assolato mattino d’ottobre, fra i brusii della città e il frastuono del corpo a conquistare uno spazio da abitare, infinito, quanti furono i passi di Andrea sul selciato: inizio a contarli, uno per uno, fino all’approdo a questa fredda e intima tastiera che incide i segni di una profonda gratitudine. Quando incontrai per la prima volta Andrea e il suo racconto, scrissi lunghe pagine di “memorie” delle mie percezioni più epidermiche all’ascolto della storia, gli aneddoti, le descrizioni dei luoghi: la voce di Andrea, ogni espressione del suo corpo, erano come invisibili alla luce abbagliante di una spiritualità pura, quanto “contaminata” dall’esperienza. Nel tempo, rileggendo i miei appunti, mi accorsi come ogni parola descrittiva di un’idea, un’emozione, vibrazione, fosse superflua, quasi violentasse un’esperienza che è lì, vibrante, dirompente, in ogni sua forma, e non chiede alcuna parola che non sia l’ascolto profondo. Fu così che iniziai a tagliare la parti, tutto in verità, e nacque “Regia di un cammino”: l’idea teatrale di un vissuto prepotente, di una fisicità dirompente, per come mi si è presentata all’immaginazione. Oggi, che leggo il diario, nella sua stesura definitiva, prima della stampa in cui voi state già leggendomi, sentirei di ridurre ancora quelle parole incise fin qui, e lasciarvi un solo segno, il primo, originario, primitivo, in cui ritrovo l’anima del nostro primo incontro, del racconto, nella vecchia casa di Danilo, attorno a un tavolo di feticci, esso stesso, oggi, feticcio della memoria. Quello stesso segno che ci porta qui, approdati e mai giunti, nella riva di un silenzio tanto profondo quanto condiviso, in cui le lunghe pause dell’assenza, scopro essere state l’urlo del silente rivelarci di noi: Andrea, Danilo, Cristina, Peppe, Ale: un unico progetto, una direzione. La verità di un’idea, il coraggio del suo ascolto. Grazie Andre. Buon viaggio per i sentieri ininterrotti del tempo…
Tiziana.
MANGIANDO IL PASSO, Alessandro Gagliardo
Ad un’amico.
Le idee si rincorrono e dispiegano, espandendosi e ritraendosi continuamente, in un vascello pluridimensionale di intenti incomunicabili. La materia del pensiero verbale muto è carico di concetti che in questi ultimi anni hanno inseguito se stessi nel loro evolversi, mentre corpo e mente si prestavano alla veicolazione destrutturalizzata di un insieme nervo-emozionale capace di depositare, per decantazione, brandelli di materia che insieme hanno rivelato il primo INDICE di una intenzione. Ho sempre avuto in mente, in questi casi, l’immagine di un uomo meno alto di un distributore di lattine che di fianco ad una carreggiata autostradale tenesse il passo alla propria determinazione. Da altro uomo ho imparato ad invidiare il sudore e la fatica, le vesciche ai piedi, l’acquisizione empirica dell’ipotesi di costruzione di una via nello spazio iper-cartografico dell’ognuno. I passi che macinano, calcano il reticolato pianificato dell’impossibile-probabile, per farsene beffa e trarne piacere: indagare il proprio se biopolitico e sfiaccarlo al punto tale da poter acquisire un punto di vista esperienziale letteralmente pluridirezionale, perché plurima è la predisposizione a cui l’Io accorda la “stravaganza” dello scoprire: che è fame. Poco importa (o forse sopra ogni cosa) se le condizioni materiali vengono ribaltate a tal punto che l’appetito diventa cannibalismo antropofagico di per se insaziabile (Coppola inizia a mangiare ancora prima di aver ascoltato lo stomaco) e gli oggetti di viaggio (quel materiale…) si trasformano nelle prime reliquie a disposizione per poter caricare anche la cosa apparentemente più comune nell’idolo necessario: “pregare le cose” fa parte di quell’agire opereggiante che dimentico di dio consacra la propria sopravvivenza al destino di un bicchiere o di un paio di mutande, conservate in uno zaino fattasi casa, chiesa e stato. Da lì in poi la continua apertura-chiusura in traccia verticale delle gambe diventa compasso di strada, strumento geometrico rudimentale e arcaico per la definizione pluricentrica di spazi aperti da attraversare, per l’appunto. L’unico affascinante rischio in cui si può incombere è quello di non accorgersi che le circonferenze invisibili tracciate contengono al loro interno un potenziale di psico-qualcosa tale da scatenare, nella stanchezza delle ossa, nelle pieghe delle aspettative e nelle contusioni da obiettivo, la magia della modificazione del circostante in spazio di trans-ferimento colletivo in cui perdersi singolarmente, giostrando la propria individualità, in una splendida arresa della ragione che fa dello spazio la bolla sensibile di ciò che sta accadendo, così come il suo video indice (matrice fotografica positiva dell’accaduto) ci smostra. Resta infine da non proferire parola about the silence, perché ancor prima che Hector Javier di Lavello Occhiuzzi venisse a raccontarci che esiste una maniera Ultrarealista del dispiegarsi delle cose attraverso un funzionamento cardioempatico (en- “dentro” e pathos “sofferenza o sentimento”) dell’immaginare l’osservazione, Andrea si fissava muto alla camera, controvento, domandando all’affermazione di se cosa ancora non avesse fatto per inghiottirsi e vomitarsi interminabilmente nuovo.
Da stomaco a stomaco.
Fingendomi Ferruccio Patria, nell’illusione di poter scomparire, tuo ax.