VIDEO/PROJECTS

ad André. Sull’un-ritual come intima conoscenza
Non so dirti da dove. È appena il 2 aprile, questo lo so. L’anno il 2009.

A distanza di tempo mi ritrovo a scrivedere il lavoro fatto, per certi versi mai com|preso, sconosciuto, unknown appunto. Com’è giusto che un ritual giusto sia. È sullo sconosciuto, l’ignoto, che mi fermo a pensare in questa serata silenziosa. Forse di prima|vera condizione possibilità. Dopo un rigido inverno povero, dov’è la condizione stessa che ti spacca le ossa, l’umido, ti blocca la pelle, catabolismo del pensiero. Non mi sono mai dato il tempo di dare una risposta alla tua. E queste pagine continueranno a non esserlo, convinto che le tue considerazioni passate siano il pieno concetto minuzioso del lavoro-idea realizzato in un momento in cui insieme si condivideva il piatto quello si ricco, ma di concetti e dei loro frutti, in uno spazio-tempo sempre costantemente indefinito. Mi è chiaro :: è l’unknown che non mi fa scrivere e/o vedere la spiegazione dell’atto, del gesto, a cui ci siamo approcciati. Dal canto mio non cerco. Dal canto tuo, con la tua dinamicità  futurmanierantroposperimentanimista, e ti chiedo scusa per la sintetizzazione quasi chimica, sei riuscito ad attirarmi/attrarmi in un lavoro che ha completamente risucchiato la mia impulsività.
A parte qualche pagina non ho mai scritto sui film che ho fatto. L’atto impulsivo che mi porta a riprendere un gesto, una situazione (che non vuol cadere nell’ismo), o un’altra, la pratica del filmare senza un apparente motivo mi è sempre stata congeniale nella finalità del mio lavoro. Attraverso un meccanismo di decodifica di cui non so se mai riuscirò a comunicarti con esattezza, arrivo a razionalizzare le mie scelte irrazionali (di ripresa_azione) e questo mi conduce al “mio vero”. Il mio lavoro consiste semplicemente nel vederedentrome. Non ha altre finalità. Motivi. Esigenze. Che questa. Allora. Penso.
Tutto il nostro lavoro d’una giornata, è stato creato senza alcuna preparazione. Continuo. I rituali hanno solitamente preparazioni secolari direi. Il nostro no. È evidente che i rituali si sviluppano negli anni, attraverso percorsi culturali che s’irrigidiscono, scolpiscono, macchiano e meccanicizzano nel tempo. Ma non è vero anche che tutti i rituali hanno un inizio?
Il vero “inizio”, di qualsiasi cosa/evento che si dà come originale, cioè che sta “all’origine di”, è la fase di un qualcosa che in quanto tale non si conosce ancora. Affinarla, renderla tradizione, loop nel tempo, ripetizione, religiosa, spirituale, non è compito che ci riguarda. La proiezione è/va fatta per i posteri (se esistono). Il rituale impulsivo volutamente sconosciuto, inconsapevole, a cui possiamo donarci completamente, avviene in un’univoca volta, giro, attimo, indi|gesto di/a tutto.
Non ho ancora ben compreso quali siano stati i motivi che mi hanno spinto a quest’azione. Hanno a che fare con il film che sto lentamente e faticosamente realizzando questo è certo. Ma non so ancora dirti in che termini. Non è scambio che si ferma qui il nostro, e mi sembra ovvio, continuerà a svilupparsi col tempo. Penso.
Lo scavare, il cercare dentro, indagare gli strati, gli stati, in una relazione relativa con il circondante ma con la possibilità autoconquistata affatica di andare oltre la condizione di vita quotidiana, forse per raggiungere un universale di cui ho ancora vergogna ma su cui (senza volerlo) sto indagando, mi sto infiltrando da cleptomane forse per paura o forse appunto per incomprensione. Il dileguarsi di enormi animali in una vasca d’acqua, disturbati e distrutti nella loro vera vitaeterna (che non è la nostra di esseri stupidamente coscienti di un “essere in vita” che si fa biecamente etereo). Il perdersi delle ossa tra la terra – prima bagnata, poi arsa, come oggetti nascosti da una condizione riservata, ma pur sempre esistente, da scoprire. Le tre persone che si ritrovano a condividere un momento che supera il reale in un’esperienza astratto-concreta se relazionata al gesto di quotidiana abitudine, e che ancora, sono sicuro, sentono l’odore di quel fumo. Perché ne hanno preso consapevolezza col proprio corpo/sangue. Quel fumo che si sente fantasma e che si eleva e penetrandoci ci spinge ad oltrepassare tutti i limiti del percorso biologico in cui siamo banalmente imprigionati, del percorso storico primordiale che ci sta dentro a ogni modo/era, a superare infine quel limite della moralità dell’“Altro esterno” per tutto ciò che “non è corretto”.
Tutto questo mi spinge a sentire, non a capire. Sentire coi polmoni, le narici, la pelle, la spina dorsale e i miei nervi che rispondono a tutto, forse in eccesso, l’occhio stesso come fonte di sentire spogliato dalla sua condizione recettiva che facilmente viene intesa come primaria.
Sono spinto, per dirlo con parole che possono sembrarti banali, a sentire il “più grande di noi”, che tu forse arrivi a far coincidere più praticamente (da grande ScultoreDiPietra quale sei appunto) con un oggetto ad esempio, un oggetto colorato/bendato/protetto/venerato.
E allora rifletto sulla mia condizione, unica possibile àncora di razionalizzazione del mio tutto.
Circa due anni fa ho scritto questo breve testo su un film che ho chiamato “TU! (un film per me)”, e che da quel momento in poi può essere ricollegato a tutte le altre cose fatte..
L’impulso#13 è un passaggio fondamentale nella mia ricerca e nel metodo stesso. É la piena presa di coscienza, attraverso l’analisi della mia condizione attuale, di una precisa posizione nel mondo. Che è la posizione dei miei film. Per i quali non c’è scambio o comunicazione, ne tanto meno arte, ma solo uno sviluppo dell’essere, una volontà di capire me stesso, esplorando la percezione e i sensi. Il riconoscimento di uno stato senza posa, tanto del corpo quanto del sentimento, si traduce in movimento interno al film, un movimento che sta dietro le immagini stesse. Non occorre dunque avere la capacità di guardare, di analizzare, di conoscere. Bisogna semmai ascoltare.
Di caso in caso, o sarebbe meglio dire nel mio divenire, lo stato muta, si trasforma, cambiano i motivi, le spinte, le cose e le persone che come ti dicevo mi circondano e i loro effetti “sempre puri” su/dentro di me. La condizione che mi porto dietro da un periodo piuttosto lungo in relazione alla sofferenza del corpo consumato dal tempo/vita, la possibilità di indagare gli stati e gli strati di dominio della natura/caos, il tendere a far coincidere una molecola con l’universo e viceversa, e poi il materiale con l’immateriale, interpretare i tessuti del nostro corpo come astri e pianeti da visitare, dall’altra parte della galassia (se può esisterne una), per conoscere e poi abbandonare. Questi sono i temi della mia condizione di quel periodo, di oggi, e credo che ne avrò ancora per tanto tempo. Il film è la sintesi razionalizzata del sentire (che quindi si può dare anche come comunicazione). L’analisi non sono in grado di reggerla, per l’analisi c’è tempo e forse non tocca nemmeno a noi.

Giuseppe Spina

Unknown Ritual

di Andrea Coppola, Giuseppe Spina e la collaborazione di Giulia Mazzone

video installazione

15′ loop video su 3 schermi di proiezione

2009

opera/progetto III – Visita a Gibellina

di Andrea Coppola

5′ loop video su schermo lcd

2010

Opera/progetto II – Incantesimo, ipotesi per una performance

di Andrea Coppola

10′ video

2008

Opera/progetto I – Habitare, temporary title

di Andrea Coppola

15′ video

2008

Everything i have to say about the silence

di Andrea Coppola

12′ video

2009